Quando si parla di primo soccorso, il pensiero va subito alle leggi, agli obblighi, alle norme. Ma siamo sicuri che basti questo?
Mirko Damasco, Presidente di Salvagente Italia, è intervenuto nel corso di un’audizione dedicata alla “Legge Bove”, portando un punto di vista chiaro, diretto e, come sempre, senza filtri.
Un intervento che parte da una verità tanto semplice quanto scomoda: una legge, da sola, non salva vite.
Serve molto di più. Serve cultura.
Cos’è la Legge Bove (e perché è importante)
La Legge Bove nasce con l’obiettivo di diffondere il primo soccorso, la rianimazione cardiopolmonare (RCP) e l’uso dei defibrillatori automatici esterni (DAE). La Legge prende il nome da Edoardo Bove, giovane calciatore che nel 2024 ha avuto un malore durante una partita di Serie A, a causa di un arresto cardiaco e che è stato salvato grazie al rapido intervento dei soccorsi.
Perché questa Legge è così importante? Perché va nella direzione giusta: aumentare gli strumenti e le competenze disponibili. Ma, come sottolineato durante l’intervento, non è sufficiente.
Perché il problema in Italia non è solo normativo. È culturale.
Il problema vero: sappiamo cosa fare, ma non lo facciamo
In Italia molte persone hanno visto un video, partecipato a un corso anni fa o comunque maturato un’idea di cosa fare in caso di emergenza. Eppure, nel momento decisivo, quando davvero conta, qualcosa si blocca e non si interviene. Non succede solo davanti a uno sconosciuto, ma anche nelle situazioni più intime, quando a stare male è un figlio o una moglie.
E la risposta è spesso: “No, non me la sento.”
Perché?
Le barriere culturali che bloccano il soccorso
Secondo Salvagente Italia, le vere barriere sono tre:
1. Paura di fare peggio
Si pensa di poter peggiorare la situazione. Ma in caso di arresto cardiaco, peggio di così è difficile fare.
2. Paura delle conseguenze legali
Una delle paure più diffuse è: “E se mi denunciano?”
Per questo Salvagente organizza incontri con avvocati e magistrati per chiarire un punto fondamentale: è più rischioso non intervenire che intervenire.
3. Blocchi mentali degli adulti
Sono barriere che si costruiscono negli anni. E che si possono abbattere solo in un modo: educando fin da piccoli.
Il ruolo della scuola: dove nasce la vera cultura del soccorso
La domanda è semplice: se la vita è il bene più prezioso, lo dimostriamo davvero nei fatti?
Per Salvagente Italia, la risposta passa dalla scuola, cioè dal momento in cui si formano le abitudini e il modo di reagire alle situazioni. Chi entra in contatto con il primo soccorso fin da bambino cresce senza paura, senza quei blocchi mentali tipici dell’età adulta e con una maggiore naturalezza nell’intervenire.
È per questo che l’associazione lavora ogni giorno nelle scuole, dall’ultimo anno della materna fino alle superiori.
Perché la cultura del soccorso non si improvvisa da adulti ma si impara nel tempo, diventando parte del proprio modo di essere.
Un dato che fa riflettere
In Italia i numeri raccontano una realtà che spesso non guardiamo davvero fino in fondo:
- Circa 150 persone all’anno muoiono per incendi;
- Oltre 200 persone al giorno muoiono per arresto cardiaco.
Eppure, le priorità che abbiamo costruito come sistema sembrano dire altro:
gli estintori sono obbligatori ovunque, i defibrillatori no.
È un paradosso evidente. Proteggiamo ciò che percepiamo come rischio, non ciò che statisticamente lo è davvero.
E proprio qui sta il punto: non è (solo) una questione di legge, ma di cultura.
Il paradosso del numero di emergenza
Fai una prova, anche solo tra amici o in famiglia.
Chiedi a qualcuno: “Che numero chiami per un’ambulanza negli Stati Uniti?”
La risposta arriva immediata: 9-1-1, nove-uno-uno.
Poi fai la stessa domanda sull’Italia. “E qui?”
Spesso cala il silenzio, oppure arrivano risposte incerte, tentativi, numeri confusi.
Eppure il numero è uno solo: 112. Troppo spesso detto “centododici”, facile da confondere e difficile da capire, nel caso di un bambino. Perché non diciamo 1-1-2, uno-uno-due?
Perché ciò che sappiamo davvero non è solo ciò che studiamo, ma ciò che vediamo, ascoltiamo e ripetiamo nel tempo. La cultura passa anche da elementi apparentemente secondari, ma potentissimi: le serie TV che guardiamo, il modo in cui i media raccontano le emergenze, la comunicazione istituzionale, l’abitudine quotidiana a sentire e riconoscere un’informazione.
Negli Stati Uniti, il 911 è diventato parte dell’immaginario collettivo: è immediato, automatico, quasi istintivo. In Italia, questo non è ancora accaduto con l’1-1-2.
E quando un’informazione non diventa automatica, in un momento di emergenza può trasformarsi in esitazione. Ed è proprio lì che si vede la differenza tra sapere qualcosa e averla davvero interiorizzata.
Il caso Eriksen: quando la percezione è sbagliata
Durante gli UEFA Euro 2020, il malore di Christian Eriksen ha fatto il giro del mondo, diventando una delle immagini più forti degli ultimi anni. Molti hanno indicato in Simon Kjær l’eroe del momento, concentrando l’attenzione sulla rapidità del suo gesto verso il compagno di squadra.
La realtà, però, è diversa: Eriksen non stava soffocando, ma era in arresto cardiaco. A salvarlo è stata la catena del soccorso, cioè una sequenza di interventi rapidi, coordinati e corretti dal punto di vista tecnico. Non un singolo gesto, ma il tempestivo intervento di persone preparate nel primo soccorso, nella rianimazione cardiopolmonare (RCP) e nell’emergenza sanitaria.
Questo episodio mette in luce un problema culturale ancora molto diffuso: spesso si esaltano i gesti simbolici e si ignorano quelli davvero salvavita. Si racconta l’emergenza come una storia di eroi, quando invece è soprattutto una questione di competenze, formazione e capacità di intervenire nel modo giusto, al momento giusto.
Nella nostra società, ancora oggi, il primo soccorso non viene insegnato abbastanza nemmeno in ambito sportivo, perché si pensa che basti la presenza dei medici. Eppure, nei primi secondi decisivi, la persona più vicina a chi si sente male può fare la differenza e quella persona era proprio il compagno di squadra.
La richiesta di Salvagente: meno burocrazia, più formazione
Un altro tema cruciale emerso riguarda la burocrazia, che oggi rappresenta uno dei principali freni alla diffusione del primo soccorso. Organizzare un corso, infatti, non è semplice come dovrebbe essere: tra passaggi amministrativi, requisiti e vincoli, il percorso si complica e rallenta.
Oggi, per organizzare corsi di primo soccorso:
- Servono accreditamenti complessi;
- Esistono blocchi regionali;
- Si creano ostacoli inutili.
Questo sistema, invece di facilitare la formazione, finisce per limitarla. E le conseguenze sono dirette, concrete, misurabili:
- Meno corsi;
- Meno persone formate;
- Meno vite salvate.
Per questo la richiesta è chiara: semplificare, accelerare, diffondere.
Non solo arresto cardiaco: la prevenzione salva vite
Il primo soccorso non si esaurisce nel BLSD (Basic Life Support and Defibrillation, “supporto di base alle funzioni vitali e uso del defibrillatore”), ma comprende anche tutto ciò che riguarda la prevenzione e la gestione delle situazioni di rischio nella vita quotidiana. Ogni anno in Italia circa 500 bambini muoiono per incidenti che, nella maggior parte dei casi, potrebbero essere evitati. Non si tratta di eventi imprevedibili, ma di situazioni purtroppo frequenti: annegamenti, ingestione di sostanze pericolose, cadute, mancato uso del seggiolino.
Sono episodi che spesso vengono percepiti come fatalità, ma che in realtà raccontano un’altra cosa: la mancanza di informazione, di consapevolezza e di preparazione. Ed è proprio qui che il primo soccorso, inteso in senso più ampio, diventa uno strumento fondamentale non solo per intervenire, ma soprattutto per prevenire.
La vera domanda: siamo pronti a fare la nostra parte?
Dunque, il tema smette di essere teorico e diventa personale.
Se oggi qualcuno cadesse a terra davanti a te, sapresti cosa fare?
E, se la risposta è no, saresti disposto a imparare?
La Legge Bove può rappresentare un punto di partenza, un segnale importante nella direzione giusta. Ma ciò che fa davvero la differenza non è scritto nei testi normativi: sono le persone, le loro scelte, la loro preparazione nel momento in cui conta davvero.
Perché tra chi resta a guardare e chi decide di intervenire non c’è una distanza tecnica, ma culturale.
Ed è proprio lì che si gioca tutto.
La buona notizia è che questa distanza si può colmare. E si può iniziare subito, ogni giorno, con un gesto semplice: scegliere di sapere, scegliere di esserci.
