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Bambini “ad alto contatto” e sonno sicuro: perché la vicinanza non deve significare condividere il letto

La regola per il sonno sicuro di non condividere il letto con il bambino è spesso difficile da rispettare, soprattutto per i genitori dei cosiddetti bambini “ad alto contatto”. E’ bene chiarire, però, che il termine “bambino ad alto contatto” non identifica una condizione patologica né una categoria clinicamente definita, ma descrive semplicemente un lattante che presenta un marcato bisogno di vicinanza fisica al caregiver per la regolazione emotiva e comportamentale.

Questi bambini tendono a ricercare frequentemente il contatto corporeo, si calmano più facilmente in braccio o attraverso il movimento, mostrano maggiore difficoltà a tollerare la separazione e possono richiedere una presenza costante durante l’addormentamento e i risvegli notturni.

Comprendiamo bene le difficoltà che molti genitori incontrano nel gestire il sonno dei cosiddetti bambini “ad alto contatto”: questi bambini si addormentano più facilmente in braccio, a volte necessitano di essere cullati a lungo e possono mostrare una scarsa tolleranza al sonno in autonomia nel proprio lettino.

Queste caratteristiche, però, rappresentano una normale variabilità del comportamento infantile e non sono espressione di un problema o di una cattiva gestione da parte dei genitori.

Tuttavia, è importante distinguere tra le strategie che favoriscono il benessere emotivo del bambino e quelle che garantiscono la massima sicurezza durante il sonno. Le raccomandazioni dell’American Academy of Pediatrics (AAP) continuano a indicare che il lattante dovrebbe dormire nella stessa stanza dei genitori, ma su una superficie separata e dedicata al sonno (room-sharing without bed-sharing), senza alcuna deroga, né eccezione, anche quando si tratta di cosidetti “bambini ad alto contatto”. Questa indicazione deriva dall’osservazione che la condivisione del letto rappresenta un fattore associato a un aumento del rischio di morte improvvisa del lattante (SIDS) e di altri eventi correlati al sonno.

È comprensibile che, soprattutto nei bambini che richiedono una forte prossimità fisica, il lettino possa essere inizialmente poco gradito e che il genitore possa essere tentato di ricorrere alla condivisione del letto per ottenere un sonno più prolungato o per facilitare l’addormentamento.

Tuttavia, il fatto che una pratica sia più semplice o più efficace nel breve termine non ne modifica il profilo di sicurezza. Analogamente a quanto avviene in altri ambiti della prevenzione pediatrica, le raccomandazioni vengono formulate considerando il rischio potenziale e non la frequenza con cui un evento avverso si verifica nella singola famiglia.

Per questo motivo, pur riconoscendo e rispettando le esigenze di contatto del bambino, è opportuno ricercare modalità alternative che consentano di soddisfare tale bisogno mantenendo al contempo un ambiente di sonno sicuro. Tra queste vi sono il contatto e le coccole durante le ore di veglia, l’addormentamento in braccio seguito dal trasferimento nel lettino, l’utilizzo di una culla di prossimità accostata al letto dei genitori e la presenza rassicurante del caregiver durante la fase di addormentamento.

L’obiettivo non è negare il bisogno di vicinanza del bambino, ma conciliare tale esigenza con le misure di sicurezza che, sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili, contribuiscono a ridurre il rischio di eventi gravi e potenzialmente fatali durante il sonno.

Accogliere il bisogno di vicinanza di un bambino non significa rinunciare alle regole del sonno sicuro. Il contatto, le coccole e la presenza rassicurante del genitore restano strumenti fondamentali per il benessere emotivo del lattante, ma devono essere conciliati con un ambiente di sonno progettato per proteggerlo. Dormire nella stessa stanza dei genitori, ma su una superficie separata e dedicata, continua a rappresentare la scelta più sicura secondo le evidenze scientifiche disponibili. La vicinanza è importante, ma la sicurezza deve sempre venire prima di tutto.

Articolo a cura della dott.ssa Valentina Decimi, medico chirurgo specializzata in pediatria e Direttrice Scientifica di Salvagente.