Africa Orfanotrofio

Pensieri dall’Uganda

12/06/2019
“Mi piace pensare di portarmi a casa una parola al giorno da questa avventura. Di parole oggi me ne sono venute tante ma la prima in assoluto è stata speranza. Questo posto ti insegna che deve esserci speranza per chiunque, bisogna volerla, bisogna crederci, bisogna costruirla e soprattutto non bisogna mai perderla!” (Arianna)

“Sveglia alle 7:50, colazione con una fetta di pane avocado e marmellata.
Carta bianca, non so cosa aspettarmi. Mattia ci porta a fare il giro del centro fino alla scuola dei bambini. “Ciao”. “Ciao” Tanti sorrisi. “Ciao”. Ci prendono per mano, ci abbracciano e ci portano con loro. Entriamo nelle classi e ci cantano la canzone di benvenuto.
Sento gli occhi addosso di 30 cuori pieni.
Sono a disagio per tutto quello che riescono ad esprimere con uno sguardo.
Siamo stati con loro 1 oretta senza parlare, solo a smontare e montare pezzetti di lego, puzzle e batterci il cinque. Una bambina di forse tre anni mi guardava spaventata. Sono andata lì e le ho sfiorato le mani, la testa senza capelli, e l’ho presa per mano.
È stata seduta di fianco a me sulla mia sedia a guardarmi immobile per tutto il tempo.
[…]
Mirko ci ha accompagnati a Rooshoka per la ricarica telefonica: lì ho visto l’Africa. Gli occhi fissi su di noi, gente così diversa, per la prima volta mi sono sentita straniera.
Tre bambine ci salutano con delle taniche da mezzo litro una mano.
I booda booda sfrecciano con tre persone dietro (senza casco). Un bambino va in giro scalzo. Una donna seleziona chicchi di caffè. Vediamo un cinema (una stanza con una tv, qualche sedia e i doppiaggi fatti male).
Negozi di alimentari occidentali e non.
Una donna ubriaca balla fuori da un bar e ci invita ad andare con lei.
Per terra bustine di alcol al 40%.
Torniamo e cominciamo a scrostare i muri che pittureremo tra qualche giorno.
I bambini hanno ormai finito le lezioni e ci mettiamo sul prato a giocare con loro.[…]
Usano le mie cosce come tamburi e cercano di cancellarmi un neo […]
Arriva una ragazza, Patricia, mi chiede di dove sono e le chiedo di cantare.
Cantano tutti insieme una canzone in cui chiami qualcuno e quella persona ti deve abbracciare.
David mi stringe fortissimo e non mi lascia più.
Mi fissa ad 1 cm di distanza, non riesco a descrivere il suo sguardo. Cantiamo “una sartina” e “chu chu ha”(con balletto annesso) poi le bambine e i bambini vanno a fare la doccia e ora sono qui sulla torretta a guardare il cielo e scrivere. Il sole sta per tramontare e il cielo è azzurro, rosa e bianco ma è molto di più di questi colori.
Insieme a quel sole lascio scendere anche altro e sono in pace con me stessa e con il mondo.
Basta così poco, qualche sguardo e un sorriso, una canzone e una linguaccia, una mano che ti sfiora, le dita di una bimba e un saluto.
È difficile spiegare a parole come la mia visione del mondo sia cambiata in due giorni.
La gioia dei loro occhi, come ho detto, non si può descrivere.
Esce dal sorriso, si illumina negli occhi e ti arriva dritta al cuore.” (Jacopo e Arianna 2)

“Nascere. Sempre, comunque. Affacciarsi alla vita, con violenza, con irruenza. A sole 32 settimane, presto per qualunque parte del mondo, troppo presto qui.
Nascere, senza preavviso, in mezzo a piantagioni di banano, da una madre sola, troppo giovane per essere madre, ancora bambina dallo sguardo impaurito.
Nascere, sporco di terra ed erba, una corsa disperata al centro medico più vicino per provare a Vivere… oltre che a Nascere.
Ed essere solo, a poche ore di vita, tra le braccia di estranei, a solo 1,600 kg di peso. Poche le energie per vivere, immensa la voglia di farlo.
A 6 giorni di vita non ho ancora un nome, la mia mamma ha lo sguardo triste, di bambina spaventata, provo ad aprire timidamente gli occhi e dare uno sguardo a questo mondo qui fuori. Perchè in fondo sono nato per provare a vivere.” (Valentina)